La seconda ondata e la rivoluzione dei ragazzi

A cavallo fra gli ultimi anni Settanta e i primi Anni Ottanta un gruppo di giovani viticoltori s’affaccia sulla scena, individuando in Mario Schiopetto il loro maestro. Tuttavia il mondo si stava allargando, una ristorazione nuova e una nuova sensibilità in cucina si affermava in Italia. Al traino si diffondono i grandi vini bianchi di Francia. Questi ragazzi capiscono che la frontiera della qualità può essere spostata in avanti, e forse per quell’innato spirito di contraddizione che contrappone i figli ai padri, per la prima volta questi guardano alla Francia. E mettono in discussione due colonne portanti del primo rinascimento del vino bianco friulano.

I ragazzi, viaggiando, trovano in Francia cantine poco tecnologiche e vini buonissimi. Essi meditano una rivolta nei confronti dell’approccio medicale di derivazione tedesca, chiedendosi se è giusto intendere il vino come un malato cronico. La seconda idea, del tutto nuova, è che si possa modificare la coltura della vite. La prima rivoluzione si fece sostanzialmente in cantina. All’inizio ci si comporta come se la viticoltura, inglobata in un concetto di tradizione, sia un’entità non modificabile, alla stregua di terreno e clima, senza che ci si renda conto dell’erosione che nel frattempo quella tradizione stava subendo per l’effetto di una modernità senza conoscenza, e dunque senza controllo e senza futuro, quella del 312 e dei professori. Infatti, quella tradizione svuotata di senso per la perdita di dignità e consapevolezza dei suoi protagonisti si rivela un tradimento.

I ragazzi scoprono altri vigneti, altri modi di allevare la vite e si chiedono se si possa superare l’esistente. Le vigne divengono campi sperimentali. Ma il Grande Vecchio del Collio, il Conte Attems, ancora una volta coglie il vento della modernità, asseconda le istanze delle nuove generazioni, capisce che l’unicità di un vino si gioca in campagna, e fa la scelta giusta: convoglia le modeste risorse del Consorzio nei vigneti e fonda il servizio tecnico viticolo del Collio.

Stanchi di chi senza sapere viene a insegnare, in Consorzio si introduce un metodo nuovo. Si studiano i modelli presenti in zona che funzionano, si lavora sulla loro coerenza interna, ci si confronta con le aziende cercando di valorizzare le conoscenze che da esse provengono e partendo dalle esigenze delle stesse si elaborano modelli alternativi coerenti, anche viaggiando all’estero per trovare le evoluzioni più avanzate della nostra viticoltura di un tempo, quella di prima dei “professori”: è un approccio nuovo alla conoscenza. Per tentativi successivi si genera un nuovo modo di coltivare la vite, che si diffonde in Collio e che migrerà ben fuori dai confini della zona.

Questo contribuisce a fermare le distruzioni in atto: l’idea molto francese che dalla vigna vecchia si fa il vino più buono diviene patrimonio diffuso. Inoltre forgia il nuovo paesaggio del Collio: filari stretti, banchine piccole, pendii che si avvicinano nuovamente all’andamento naturale, palificazioni leggere in legno e l’erba che torna abbondante sotto le viti. I viticoltori, acquisita una nuova dignità grazie ai primi successi dei vini prodotti, si riappropriano del controllo dei propri vigneti e le colline tornano ad essere belle. Riannodandolo così, senza averlo cercato, un filo con il passato.