COLLIO STUDIO DI BIANCO

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi e irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
(...)

Si saranno riconosciuti i versi con cui inizia La pioggia nel pineto di Gabriele d’Annunzio. Ci si chiederà che c’entra ciò con lo Studio di Bianco. La grande poesia sa evocare sensazioni, far udire suoni, far sentire profumi. I versi sopra evocano in me gli aromi della macchia mediterranea, avvolgenti, penetranti. Le goccioline di pioggia cadute leggere sulla vegetazione già arsa dal sole, hanno la magia di far sublimare dai pini e dai mirti vapori pregni d’aromi. Aprendo il libro alla pagina giusta durante una fredda serata d’inverno, i versi sanno trasportarmi sul mare, su laghi, su coste piene di luce dentro la macchia d’una pineta sul bordo dell’acqua. E dunque ciò che il poeta ci fa sentire rivolgendosi a quel bizzarro nome di donna con una “o” centrale piena e tonda come un sole d’un mezzogiorno estivo, è ciò che vorrei far provare a chi s’accostasse a questo vino. E facendo viaggiare le mie bottiglie per il mondo, far comparire profumi e sapori del “nostro” Mediterraneo, per regalare la gioia nell’evocare questo ambiente unico, le sue acque, le sue coste.

Proposito ardito, visto che non siamo dotati dei poteri magici dei poeti. Va detto tuttavia, a nostro favore, che se le parole restano segni muti per chi non le può intendere, il linguaggio dei profumi e dei sapori, come già quello dei suoni e dei colori, è universale.

Il Lunedì dell’Angelo 1989, quando definii l’acquisto dei cinque ettari del podere sito sul versante a Sud-Est della collina di Ruttars, avevo la premonizione d’un qualcosa d’importante. Giorgio, il viticoltore precedente proprietario che dissodò il terreno strappandolo al bosco (racconta che per comprarsi il primo badile chiese un prestito alla Cassa di Risparmio) vi aveva piantato diverse varietà di uva bianca. Decisi di non sprecare le informazioni nascoste nelle pieghe del vigneto e vinificai le uve separatamente. L’anno seguente volli verificare l’attitudine di queste a sposarsi fra loro. Mi accinsi a vinificare tanti uvaggi diversi ottenuti, combinando fra loro in coppia al 50% quando si poteva, l’uva dei diversi vitigni. Ripetendo il medesimo lavoro l’anno seguente, mi accorsi che i vini migliori ruotavano intorno ai test che contenevano tocai, sauvignon e riesling renano. Vi trovavo l’idea che da anni cercavo: un vino bianco in grado di evocare qualcosa di speciale di queste terre d’Europa a sud delle Alpi. Sauvignon e riesling sono vitigni dalle uve marcatamente aromatiche, i cui aromi appartengono a famiglie chimiche differenti e da molti considerati incompatibili fra loro. Sarà la presenza fondamentale del tocai, il fatto di vinificare un sauvignon maturo per essere colto con gli altri più tardivi (in un vigneto che lo consente), sarà per qualcosa che sfugge, ecco che le fisionomie dei tre vitigni si stemperano in un carattere nuovo, diverso da quelli delle uve di origine, ma deciso e costante con le annate. Il miracolo: messi da parte gli apporti delle singole uve, nel vino aromi e sapori si esprimono con un carattere corale facendo piuttosto emergere il vigneto: compaiono le spezie, il ginepro, i profumi di resina, e mi torna il ricordo del profumo del pesco con le pesche bianche mature che si mescolava con l’odore più aspro delle drupe del mandorlo sotto i quali da bambino giocavo l’estate. Decisi di proseguire e di affinare le conoscenze necessarie: capire il rapporto fra i vitigni da usare, i momenti di raccolta, le tecniche di cantina, la scelta del legno. E indagare sulla composizione genetica dei vigneti nuovi da realizzare. Stiamo continuando a piantare. Facciamo qualcosa d’insolito: i grandi “cru” furono individuati come i migliori fra quelli esistenti. Il nostro lo stiamo inventando.

Per realizzare ciò ci parve subito necessario confrontare le nostre intuizioni con un pubblico attento e curioso. Proporre le scoperte più significative, diverse fra loro, all’attenzione della degustazione e al piacere del consumo. Di qui il bisogno di presentare un vino che è un progetto, con un nome che non sia un nome: è così che nasce lo Studio di Bianco.

Tuttavia dalla vendemmia 1996 la composizione varietale, così come le tecniche di cantina, si sono stabilizzate dando origine a vini dalle tipologie piuttosto costanti. Ove la differenza organolettica è dovuta più alla durata dell’affinamento in bottiglia, la quale fa emergere toni spiccatamente minerali, che alle annate. Il vino è prodotto nelle buone annate e non si fa in quelle piccole.

Il carattere spiccatamente aromatico lo rende adatto a sposarsi con pietanze dagli aromi intensi come quello del tartufo o dello zenzero.

La parte eccedente di uva e di vino del podere di Ruttars che rimane dopo la selezione dello Studio di Bianco, unita a lotti dei tre vitigni tocai, sauvignon e riesling provenienti da altri siti è destinata alla produzione del vino Collio Bianco (in etichetta solamente Collio).

 

Nicola Manferrari